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Stivali di renna e scarponi di opossum
La serie di calzature in dotazione agli alpinisti della spedizione (ph Mario Fantin)
E' un lavoro lungo come la scelta degli uomini, la ricerca dei materiali per la spedizione del ‘54. Occupa mesi di attività della sottocommissione appositamente creata dal CAI, comporta lettere ai protagonisti dei precedenti tentativi agli ottomiLa, visite all'estero per esaminare le attrezzature già testate, continui incontri con te aziende che vedono il progetto come una boccata d'ossigeno dopo i disastri della guerra. Ma per alcune di loro è proprio l'esperienza bellica ad aver suggerito materiali e attrezzature da utilizzare in condizioni disagevoli: le grandi spedizioni nazionali sono la prima occasione per sfruttarne su larga scala l'eco promozionale.
Dai ramponi alle tende, si ridisegnano prototipi sulla base degli esempi passati.

Le calzature sono di tre tipi, richiesti alla Dolomite che ne produce in totale quattrocento paia: un modello in cuoio speciale leggerissimo, conciato alla mimosa sudafricana, per le marce di avvicinamento; scarponi più pesanti, copiati dagli inglesi, con uno strato di pelliccia di opossum fra tomaia e fodera e fra i due sottopiedi, in cuoio e in feltro, da usare fino a 7000 m; infine, scarpette in leggerissima pelle infiLate dentro stivali in pelo di renna per l'attacco finale, sul modello svizzero usato nel ‘52 sull'Everest. Suola Vibram per tutti, ed è La prima volta. In precedenza, per gli ottomila solo la spedizione di Hunt ha chiesto alla Dunlop una gomma microcellulare, mai più riutilizzata a causa dei costi e della sua delicatezza. Ma gli uomini di Houston, l'anno prima, in gran parte avevano ancora scarponi chiodati. «Siamo stati i primi racconta Gianni Munari, allora titolare della Dolomite - a usare le allacciature ad anelli per accelerare la chiusura. In seguito ci ha chiesto di utilizzarle anche la Nasa.»
Nessuno fra gli italiani soffrirà di congelamenti, neppure Lacedelli che all'ultimo campo, nella tendina mal piantata fra le rocce, e costretto a dormire con i piedi fuori, calzati negli stivali di renna.

Nuovi anche i ramponi, per la prima volta a dodici punte, con le due anteriori orizzontali, forgiati da Grivel dopo averne fatti provare tre modelli nei pre-campi del Rosa e del Piccolo Cervino. Superleggeri per i tempi, poco più di 400 grammi.

Le tende fabbricate da Ettore Moretti sono un'altra svolta, pur ispirate ad altre già montate in alta quota. A parte quelle per il campo base, l'Urdukas modulare e pesante, ne vengono preparate una standard a due teli, l'Himàlaya, cosiddetta isotermica, che seguirà le spedizioni fin quasi agli anni Settanta, più altre due per i campi alti, la K2 di 9 kg, per due persone, e la Super K2, solo 2,7 kg, dalle misure striminzite, per l'assalto finale. Di queste, a doppio telo di seta con il fondo in nylon resinato, ne vengono portati solo due esemplari.

gli stivali in renna della Dolomite, calzati per l’attacco finale (foto Goffi, Museo Nazionale della montagna)
Un trespolo di bombole del peso di quasi 20 chili (foto Goffi, Museo Nazionale della montagna)

Il resto del materiale è il meglio che il mercato possa offrire. Si pensa anche a una dotazione di orologi-sveglia da polso, il Vulcain Cricket ma anche il Rolex già portato sull'Everest, di macchine fotografiche tascabili, la Condoretta delle Officine Galileo, assegnata a ogni alpinista, mentre Fantin userà la sperimentata Rolleiflex. Nei sacchi di tela fatti cucire appositamente si carica ogni genere di capo d'abbigliamento.

Così sono vestiti Lacedelli e Compagnoni il 31 luglio: «Due paia di calze di lana, scarpe con suola di gomma a doppia tomaia, una interna morbida e leggera e l'altra di pelle di renna rivestita esternamente di pelo che arriva fin sotto il ginocchio. Mutande lunghe di termomaglia. Un paio di calzoni di flanella, un secondo di duvet [...] poi sopra ancora un paio di calzoni di tela leggerissima impermeabile. Una maglia di lana, una camicia di flanella, un maglione pesante tipo sci, poi un giaccone di duvet e poi ancora una leggera giacca a vento impermeabile. Per le mani, guanti di seta e, sopra, guantoni di pelle imbottiti di lana. In testa un berretto di pelle d'agnello e il cappuccio della giacca a vento. Due paia d'occhiali di cui uno di scorta. Poi ci sarà il basto con le tre bombole d'ossigeno disposte una sopra l'altra orizzontalmente: circa 19 chili che sopra gli ottomila rappresentano un peso massacrante».

Le bombole di ossigeno: non si erano mai sfruttate, sul K2. Houston ne portò due con sé, ma solo per eventuali usi medici. Wiessner aveva ben dimostrato che si possono fare sforzi notevoli a oltre ottomila metri e ancora rimanere in alta quota a prendere il sole. Ma la vittoria dell'anno precedente sull'Everest - dove l'ossigeno supplementare si è sperimentato dal 1921 - era una tentazione troppo forte, né le remore etiche trovavano allora troppo spazio sulle grandi montagne. Forse si sarebbe arrivati in vetta ugualmente. D'altronde, dal 1978, da quando Reichardt e Rosketley per primi non ne fanno uso, le bombole di ossigeno ben raramente entrano nel bagaglio di chi punta al K2. Quelle scelte dalla spedizione Desio sono della Draeger di Lubecca, per l'attacco finale, mentre ne viene caricato un certo numero di italiane, della Dalmine, per prendere confidenza con il marchingegno, ai campi più bassi. Saranno utilizzate anche per il volo di ricognizione di Desio, Abram e Fantin, prima della partenza della carovana da Skardu. Tutte sono in acciaio, leggero per quanto lo consente la lavorazione di allora, ma il complesso formato da tre bombole - per un totale di 1700 litri di ossigeno - erogatori e telaio di carico non pesa meno di 19 chili. Il sistema di erogazione di quelle tedesche è semplicissimo ed efficiente: un tubo corrugato che collega la maschera a un polmoncino in metallo - fissato in alto sul bastino caricato sulle spalle - dove l'ossigeno si mescola con "l'aria sottile". La valvola, per evitare blocchi dovuti al freddo, è ridotta a una laminetta mobile con un blocco di non ritorno, e non darà alcun problema. Qualche problema arriverà, invece, dalla tenuta delle bombole: i filtri in tessuto pressato cederanno in molti casi e sarà necessario ogni volta scegliere i contentitori più carichi dopo averli misurati con il manometro. Un inconveniente lamentato assai meno nei modelli tedeschi, che da una pressione di 220 atmosfere scenderanno al massimo a 200.

Il prodotto che più impressiona gli alpinisti, però - a detta di Abram - è la corda. L'industria della chimica sta mettendo sul mercato polimeri ancora in via di sperimentazione, ma il nylon utilizzato (nailon, anzi, come suggeriscono le pubblicità dell'epoca) stupisce chi è abituato ancora a corde di canapa, di seta nel caso di guide famose che possono permettersele, o di fibre, ancora non del tutto a punto. Convincono tutti, invece, i settemila metri ritorti dalla Gottifredi-Maffioli di Novara con il nylon Rhodiatoce, «il solo nailon italiano»: bianche con una V in rosso le corde da scalata, tinte con un colore solubile quelle fisse, perché lascino sulla neve una traccia visibile anche nel maltempo.

di Leonardo Bizzaro

Tratto da "K2 uomini esplorazioni imprese" testi di Leonardo Bizzaro, Alessandro Gogna, Carlo Alberto Pinelli, Associazione Ardito Desio. Realizzato in collaborazione con Club Alpino Italiano, Museo Italiano della Montagna - CAI Torino, Associazione Ardito Desio - Roma, Fondazione Sella, Biella. Casa Editrice De Agostini Editore, Novara.


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