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K2 un sogno diventato realtà
Dicembre 2000. Intervista a Marco Camandona e Abele Blanc dopo la salita al K2 del 29/07/2000. Blanc e Camandona, con Hans Kammerlander nel 2001, sono gli ultimi italòiani ad aver raggiunto la cima del K2.
Ultimo campo a 8000m sulla spalla della via dello Sperone Abruzzi. (ph arch. M. Camandona)
Un campo del 1954 si affaccia sul Ghiacciaio Godwin Austen (ph arch. L. Lacedelli)

Il 29 luglio 2000 siete arrivati in vetta al K2, ma torniamo un po' indietro a quando vi siete conosciuti...
Marco e Abele. Ci siamo conosciuti nel 1994 in occasione di un corso per Aspirante Guida Alpina. L'intesa è stata immediata. E' stato un reciproco incontrarsi acceso da una scintilla e da una passione che ci unisce ancora: la montagna vissuta come limite fisico e mentale.
Marco. Da parte mia c'era inoltre il rispetto per la grande esperienza di Abele, mio istruttore al corso. C'era la voglia d'imparare e crescere. Tutto questo, insieme alla curiosità e alla voglia di misurarmi con l'altitudine, ha rappresentato il punto di partenza del nostro rapporto.

Poi le prime esperienze insieme in Himalaya...
Marco. La prima volta è stata nel 1996, con il tentativo al Manaslu (8163m.), conclusosi per Abele con un'altra vetta e per me a 7800 metri, a causa di una bufera di vento e neve. Quest'esperienza anziché demotivarmi non fece altro che stimolare ed accrescere il mio desiderio di riprovare.
Abele. Così, nel 1998, siamo ripartiti con l'obiettivo di raggiungere due vette sopra gli ottomila: lo Shi Sha Pangma (8027m.) e il Cho Oyu (8210m.). E con il favore del tempo e tanti sacrifici l'obiettivo è stato realizzato, in soli nove giorni.

Com'è nata l'idea del K2
Marco. Dopo l'insuccesso del suo primo tentativo al K2, nel 1998, Abele voleva riprovare. Per me era un'occasione unica, non potevo farmela sfuggire. Ero consapevole delle nostre forze, della determinazione che ci accomunava, ed avevo la certezza che se c'era una possibilità di riuscita dovevamo coglierla ad ogni costo.

Qual'è la motivazione che vi fa (sempre) ritornare in Himalaya e sugli 8000
Marco. Provarsi attraverso l'alta quota. La mancanza di ossigeno, la reazione del mio fisico sottoposto a sforzi intensi ed il mio limite mentale in situazioni estreme, sono le principali motivazioni che mi riportano sempre in quei magici luoghi. Riuscire a capire e percepire il limite... Senza oltrepassarlo!

Siete saliti lungo lo Sperone degli Abruzzi, la via seguita dalla spedizione italiana che nel 1954 per prima ha raggiunto la vetta. Quali sono le caratteristiche tecniche della via e come si è svolta la vostra salita?
Abele. Lo Sperone degli Abruzzi non è la sola via che porta alla vetta del K2, ma è sicuramente la più sicura, ed è proprio questa caratteristica che ci ha spinto a scegliere questa via essendo comunque la “via normale” più difficile di tutti gli ottomila. Il percorso si snodo in prevalenza su cresta.
Si inizia con uno scivolo di neve fino al campo 1 a 6100mt. Poi ancora 500m di misto con passi di 3 – 4 grado per arrivare al campo 2 a 6600m. Appena sopra questo campo c’è il 'Camino Bill', uno dei passi più difficili, con tratti di 5 ° su roccia e punti di misto e ghiaccio. Dopo s'incontra la 'Piramide nera', 3-4 grado fino a quota 7400 dove finisce la parte su roccia. Da questo punto in su la via è in prevalenza su neve o ghiaccio. Ancora 600m di dislivello e si arriva sulla spalla, a 8000m, dove viene piazzato l’ultimo campo.
Poche ore di riposo per poi partire all’assalto degli ultimi 611m. Il primo tratto è su neve dura ventata. All’imbocco del passaggio chiamato “Collo di bottiglia” la neve inizia ad essere soffice e alta, siamo a quota 8200 mt, sopra di noi il seracco pensile di 100m. Si continua traversando verso sinistra su un pendio a 50°-55°, con la neve profonda quasi alla pancia.
Ancora neve per finire con una placca di ghiaccio, un crepaccio coperto dalle abbondanti nevicate e poi la via diventa un po’ più agevole, siamo a 100 mt. dalla cima. Negli ultimi 50 metri la neve é di nuovo alta, fino a che non si arriva sulla cresta che porta alla cima. Dalla parte opposta ci si affaccia sui 3500 metri di vuoto del versante cinese. Ancora 20 metri quasi in piano e raggiungiamo la vetta del K2, il nostro grande sogno.

La seconda montagna della Terra, la montagna degli italiani, la più bella e la più difficile... com'è il vostro K2?
Marco. Il K2... Un sogno diventato realtà. Realtà fatta di una partenza piena di paura nei confronti di un gigante sconosciuto. Paura che si faceva sempre più viva a mano a mano che mi avvicinavo al campo base. Paura che poi ho sentito scomparire lentamente: conoscere, toccare e vedere rende forti e sicuri. Ho visto il K2, ho iniziato a toccarne le rocce ed il ghiaccio, e il gigante è diventato qualcosa di famigliare, affascinante, da 'salire'. Lo volevo intensamente, conoscevo le mie forze, sapevo che con Abele potevo farcela.
"Conoscevo le mie forze", non è una frase buttata lì per caso. Alle mie spalle c'erano anni di preparazione fisica e mentale per quel momento così importante. Giorni e giorni di allenamenti specifici in montagna, su ghiaccio e misto, sugli sci. Ore passate a correre. Tutto per un solo appuntamento: la salita più importante della mia vita, la più ambiziosa e pericolosa. Tutto per un sogno chiamato K2...

Il 27 luglio, prendendo al volo un miglioramento delle condizioni meteorologiche, siete partiti per il tentativo decisivo... in che condizioni era la montagna e qual'è stato il momento più difficile?
Abele e Marco. Dopo interminabili giorni di brutto tempo, passati al campo base, si è affacciata l'opportunità di fare un tentativo con un meteo favorevole. Il nostro calvario è iniziato alle 4.30 del 29 luglio 2000 a quota 8300m quando, neve alla pancia, su pendii ghiacciati con pendenze di 50°, soli, slegati, ma uniti con lo sguardo, abbiamo dovuto lottare con tutte le nostre forze, fisiche e mentali, per raggiungere il grande ed insperato obiettivo K2. Quegli attimi sono stati vinti soprattutto grazie al nostro affiatamento. Un legame profondo, fatto di un capirsi senza parlarsi, risultato di giornate e mesi vissuti insieme in condizioni estreme ed allietati solamente dalla gran passione che ci accomuna: la montagna...

Siete arrivati in vetta alle 18,15, qual'è stato il primo pensiero?
Marco. Senza soffermarmi sui particolari tecnici, vorrei esprimere le nostre sofferenze, i timori e le pene di quei momenti drammatici. La vetta è stata intensamente voluta, con lo spirito e con il corpo. A denti stretti abbiamo lottato fino a raggiungere la nostra meta.
E l'arrivo in vetta è stato un momento entusiasmante, anche se la stanchezza e la mancanza d'ossigeno mi avevano offuscato la lucidità. In effetti, di quei momenti e degli attimi che li hanno preceduti ho solamente dei flash. Ricordi slegati, non un'immagine continua.

Poi la discesa, durissima...
Marco. Io ho iniziato quasi subito a scendere. Mentre Abele, che era ancora in buone condizioni fisiche, decise di aspettare sulla cima l'arrivo del nostro compagno Waldemar Niclevicz, non al meglio delle forze. Lo aspettò più di 30 minuti. Poi anche per loro ha avuto inizio l'interminabile e difficile discesa, su pendii ripidi e a tratti ghiacciati, con doppie da fare a notte fonda.
L'errore inspiegabile, mio e di Waldemar, è stato quello di abbandonare a quota 8100m, durante la salita, le nostre lampade. Ma se io avevo potuto percorrere il tratto più difficile della discesa con le ultime luci del giorno, i miei compagni, invece, furono costretti ad affrontarlo a notte fonda, in condizioni proibitive. Ad un certo punto Waldemar, per motivi tecnici, non riusciva più ad avanzare, e Abele, dopo diversi tentativi di aiutarlo in quelle condizioni estreme di sopravvivenza, prese la difficile decisione di proseguire...
Duecento metri più sotto, superate le grandi difficoltà, c'ero io, al buio, senza luce, obbligato ad attendere i miei compagni (e la luce della lampada, che solo Abele aveva) per continuare la discesa. Così Abele, preoccupato per le mie condizioni, mi raggiunge e, senza indecisioni, mi dà nuova forza per continuare verso il campo ad 8000 m.
Alle tre del mattino arriviamo al sospirato campo. Siamo esausti e il nostro costante e tormentoso pensiero è per Waldemar. Poi, verso le nove, il nostro compagno fa capolino nella tenda. Incredulità! Immensa felicità! Una tazza di tè, e ripartiamo per la base.

La cosa più bella di quest'esperienza e il momento più bello...
Marco. La cosa più bella, senz'altro il nostro sogno diventato realtà: la cima del K2. Il momento più bello... l'arrivo al campo base. Superate le difficoltà, con la mente libera, tutti vivi! solo in quell'istante siamo riusciti davvero a capacitarci ed a godere della nostra impresa.

Sulla vostra strada ci saranno altre montagne, altri 8000, con che spirito le affronterete
Abele. dopo aver raggiunto l'undicesimo ottomila, (a tutt'oggi Blanc ha raggiunto quota 13 ndr) la mente è già lontana verso le ultime tre vette che mi restano per realizzare il sogno che ha occupato una parte importante della mia vita e sacrificato tempo ed attenzione alla mia famiglia.
Marco. Nell'immediato futuro non ho programmi. Solo nel momento in cui mi sentirò pronto per affrontare un'altra impresa, partirò. E sarà verso l'Everest, ovviamente senza ossigeno.

Si dice che non c'è più evoluzione nell'alpinismo d'alta quota...
Marco. Voglio citare solo due esempi recenti, che ci riguardano: Abele ha salito il Makalu (8463m) con un campo solo, ed il K2 (8611m) è stato raggiunto con soli due campi. Questo per sottolineare che la preparazione fisica, mentale e l'esperienza accumulata stanno formando alpinisti, con un livello tecnico molto alto, in grado di dare all'alpinismo future nuove prospettive e visioni.

intervista di Vinicio Stefanello - Planetmountain.com (dicembre 2000)


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